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Comunità rom























Dove le strade non hanno nome…
Un proverbio calabrese recita "u cani muzzica u strazzatu", il cane morde chi è vestito di stracci. Nella provincia di Reggio come in tutta Italia i rom, un popolo intero senza distinzioni, vive ai margini della società e imputato di ogni misfatto.
Nel Medio Evo si sarebbe parlato di caccia alle streghe, nel 900 di pogrom. Oggi, all'alba del terzo millennio, si dovrebbe probabilmente parlare di razzismo.
Provincia di Reggio Calabria,
un territorio con circa 564000 abitanti, ivi incluse 260 famiglie rom di cittadinanza italiana discendenti dirette dei primi nuclei stanziali arrivati nei primi anni cinquanta.
Nella provincia calabrese, così come in molti luoghi in Italia, le comunità rom sono state spesso recluse all'interno di strutture-ghetto, sia che si trattasse di veri e propri campi nomadi, sia di veri quartieri. Proprio dall'osservazione della recente esperienza di Reggio, in questi tempi difficili in cui i rom sono divenuti l'emblema dell'allarme sicurezza, nasce una riflessione semplice, addirittura banale, ma decisamente utile.
Partire dal territorio
Nel 2007, l'insediamento rom più rappresentativo di Reggio, quello della ex caserma Cantaffio (Quartiere 208), è stato sgomberato per fare spazio ad un progetto di riqualificazione dell'area adiacente il complesso ospedaliero "Morelli". Il gruppo che vi abitatava era composto da circa sessantacinque famiglie alla maggior parte delle quali sono stati assegnati alloggi popolari nel quartiere di "Arghillà", portando in quell'area la concentrazione tra assegnatari ed abusivi a circa un centinaio di famiglie rom. I restanti nuclei familiari sono risultati assegnatari di alloggi dislocati su tutto il territorio di Reggio, a dimostrazione che se ne esistono le condizioni politiche e infrastrutturali è possibile porre le basi per una vera integrazione sociale. Un obiettivo che in Calabria va raggiunto anche per sottrarre i rom al ricatto della 'ndrangheta. La criminalità organizzata, salvo rare eccezioni, ha infatti tutto l'interesse a mantenere gli zingari ai margini della società. Un comodo serbatoio di manovalanza a basso prezzo da utilizzare per lo spaccio ed altre attività illecite.
Un comodo specchietto per le allodole insomma, un po' come accade per l'altro insediamento storico all'interno dell'area urbana sito nel quartiere di Ciccarello (ex polveriera), nel quale vivono ancora circa trenta famiglie in case fatiscenti, tra fogne a cielo aperto e muri pericolanti. Condizioni di emarginazione di questo tipo hanno una sola conseguenza: il fallimento dei processi di integrazione e il successivo proliferare di fenomeni di microcriminalità. Gli stessi per cui oggi un intero popolo è messo sotto accusa.